Di Lorenzo Strik Lievers, pubblicato su Il Foglio lo scorso 1 marzo 2025

Si è consolidato ormai in larga parte della opinione pubblica, circa la questione israelo-palestinese, un orientamento che vuol essere, ritiene di essere fautore di pace, e di fatto è precisamente il contrario. E’ più che mai importante prenderne consapevolezza nel nuovo contesto che si è aperto.
Ora è in vigore la tregua. Ma ogni giorno, lo vediamo, essa è in forse. Soprattutto è chiaro che se anche dura, e finché dura, è solo una pausa in attesa che la guerra riprenda. La ragione balza evidente: Hamas, e con Hamas il regime iraniano, ha come proprio obiettivo essenziale, addirittura come ragion d’essere, la distruzione dello stato di Israele. Il 7 ottobre ha dimostrato che per “distruzione dello stato di Israele” esso intende lo sterminio di tutti gli israeliani, e se possibile di tutti gli ebrei. Hamas dunque vuole, progetta guerra. E costringe Israele a praticarla, come ha fatto dopo il 7 ottobre, perché il suo governo – non il governo Netanyahu, ma qualunque governo, che ha il dovere di proteggere il proprio popolo – non può ammettere che al suo confine operi e cresca una struttura militare che questa unica finalità persegue. (Per tutto questo lunghissimo periodo, si badi, nessuno ha saputo suggerire a Israele come altrimenti difendersi).
Da questa struttura di fondo del conflitto è derivato l’orrore della strage e della distruzione a Gaza, la striscia ultra-popolata in cui Hamas ha installato la propria struttura militare e di cui ha fatto il proprio scudo umano. Se è così, ed è così, i moti di opinione pubblica in occidente che per chiedere pace rivendicano “Palestina libera dal fiume al mare”, cioè la distruzione di Israele come la vogliono Hamas e l’Iran khomeinista, operano per costringere Israele a difendersi con la guerra. Di fatto, contro le proprie intenzioni pacifiste, finiscono per chiedere guerra. Non a caso, da questi moti d’opinione sorge la ripresa di un antisemitismo che richiama il nazismo e lo stalinismo del patto Molotov-Ribbentrop.
L’opinione pubblica delle democrazie pesa. Occorre, è indispensabile che a quel moto di opinione se ne contrapponga un altro che chieda, invece, un vero percorso di pace, una offensiva di pace. La premessa indispensabile è che l’una e l’altra parte rinuncino all’obiettivo di distruggere l’avversario; che decidano di scegliere che anche gli altri devono poter vivere ed esistere. Insomma: un movimento che voglia davvero la fine della guerra deve in primo luogo esigere che venga eliminata dalla scena la volontà di cancellare Israele. A partire da una tale premessa diverrà irresistibile la richiesta di assicurare autogoverno alla popolazione arabo-palestinese.
Strada ardua? Certo, in primo luogo perché Hamas e gli ayatollah iraniani non possono rinunciare a eliminare Israele: per loro non è un obiettivo politico nazionale, ma un irrinunciabile obbligo religioso, posto che nella loro visione dell’Islam è obbligo dettato da Dio che quella terra santa abbia governo islamico. Un moto d’opinione davvero volto alla pace dovrebbe aiutare, sollecitare, sostenere un processo che nel mondo arabo-islamico porti a isolare, emarginare i fondamentalisti di Hamas, e in Iran a sostenere con efficacia la straordinaria resistenza contro il regime teocratico in nome dei diritti della persona. Insieme, naturalmente, dovrebbe sostenere l’emarginazione in Israele delle minoranze che pretendono il possesso dell’intera Palestina perché promessa da Dio agli ebrei, e l’inaccettabile politica di espropri e colonizzazione in Cisgiordania.
Con tali premesse Europa Radicale lancia questa sfida. Il nostro auspicio è che in Italia e in occidente si contrapponga l’idea del percorso di pace a quella del falso pacifismo che si limita a mettere in stato di accusa Israele, come se fosse esso a volere e a causare la guerra. Falso pacifismo commisto agli umori “antioccidentali” che, per molteplici ragioni, pervadono le nostre opinioni pubbliche, contestando la civiltà democratico-liberale di cui anche Israele è un’espressione. Un orientamento delle opinioni altro da quello oggi prevalente potrebbe dare un contributo essenziale anche a far maturare condizioni diverse da quelle presenti in Medio Oriente.