La decisione della polizia ungherese di non porre veti giuridici allo svolgimento del Budapest Pride, previsto per il prossimo 27 giugno, segna un indiscutibile punto a favore delle libertà civili in Europa e rappresenta il primo effetto concreto del nuovo corso politico post-Orbán. Tuttavia, Europa Radicale e l’Associazione radicale Certi Diritti – le prime organizzazioni in Italia a denunciare la deriva liberticida ungherese e a scendere fisicamente in piazza sia in Italia che a Budapest nel 2025 contro i divieti del regime orbaniano – avvertono: non è il momento dei trionfalismi.

«Un anno fa eravamo a Budapest per dimostrare che nessuna legge d’odio può fermare la libertà. Oggi quella libertà può marciare senza espedienti, ma l’impalcatura discriminatoria di Orbán è ancora intatta nell’ordinamento ungherese e il sindaco Karácsony è ancora sotto inchiesta per aver protetto i suoi cittadini», afferma Federica Valcauda, Tesoriera di Europa Radicale. «Il Budapest Pride 2026 senza divieti è un’ottima notizia, ma le conquiste civili non si conservano senza una difesa costante. La sentenza della Corte di Giustizia UE (C-769/22) che ha demolito le leggi omofobe ungheresi dimostra che l’iniziativa politica laica e giurisdizionale è l’unico vero argine ai nazionalismi», conclude Chiara Squarcione del Consiglio Direttivo di Europa Radicale.
La memoria va al 28 giugno dello scorso anno, quando 200.000 persone sfidarono la legge anti-LGBTI di matrice russa che trasformava il Pride in illecito amministrativo. Una resistenza democratica resa possibile dal coraggio del sindaco Gergely Karácsony, che aggirò i divieti istituzionali e che, per questo, è ancora sotto indagine da parte della magistratura.
«I meccanismi dello Stato illiberale colpiscono sempre partendo dalle minoranze, usando la retorica ipocrita della “protezione dei minori” per normalizzare la censura. Il pensiero liberale e libertario ci impone di non abbassare la guardia: il via libera della polizia non cancella il tentativo di emulazione di quel modello illiberale che vediamo riproporsi anche in Europa occidentale e in Italia, attraverso censure affettive e compressioni del dissenso», aggiunge Claudio Uberti, Presidente dell’Associazione radicale Certi Diritti. «Questa battaglia transnazionale richiede rigore e risorse: non accetteremo compromessi geopolitici al ribasso sulla pelle dei cittadini europei. Per questo abbiamo delle richieste precise ed urgenti per i governi italiano e ungherese e all’Unione Europea», conclude Nicola Bertoglio, Tesoriere dell’Associazione radicale Certi Diritti.

Europa Radicale e Certi Diritti indicano tre passaggi politici obbligati per uscire dall’emergenza, che vanno rivolti ai tre attori principali di questa vicenda:
Al nuovo governo ungherese: Abrogare immediatamente l’intero pacchetto legislativo anti-LGBTI+, conformarsi alla sentenza CGUE e archiviare le indagini politiche contro il sindaco Karácsony.
All’Unione Europea: Non allentare la pressione finanziaria e politica, mantenendo attiva la procedura ex Articolo 7 TUE fino al completo ripristino dello Stato di diritto.
Al governo italiano: Uscire dall’ambiguità ideologica, esprimendo un chiaro sostegno al percorso di democratizzazione dell’Ungheria e pretendendo il rispetto dei trattati europei.