Caro Direttore,
seguiamo con grande attenzione il dibattito aperto sulle pagine di Avvenire e la proposta di promuovere la candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace. È un’iniziativa che nasce indubbiamente da una profonda sensibilità umana di fronte all’orrore delle bombe, della fame e della perdita della vita a cui assistiamo ogni giorno.

Tuttavia, proprio da chi cerca di guardare alle tragedie del mondo con uno sguardo evangelico e universale, ci si dovrebbe attendere un principio cardine: il valore della vita di un bambino non ha confini, né bandiere, né priorità geopolitiche.

Se vogliamo parlare di infanzia negata, come possiamo dimenticare i bambini dell’Ucraina, strappati alle proprie famiglie, morti sotto le bombe o deportati in Russia?
Come ignorare gli orfani e le vittime invisibili dei conflitti dimenticati nel Nord del Kivu in Congo, o quelli del massacro silenzioso che sta insanguinando il Sudan?
O ancora, le vite spezzate dei piccoli ostaggi o delle giovani vittime israeliane dell’odio in Medio Oriente? Tutti questi bambini condividono lo stesso diritto al futuro e soffrono sotto lo stesso cieco egoismo della supremazia, delle organizzazioni criminali, delle dittature spietate.

Accanto a questo valore universale, vi è poi una questione di merito e di realtà istituzionale: lo Statuto della Fondazione Nobel (all’Articolo 4) prevede che il Premio per la Pace possa essere assegnato esclusivamente a singole persone o a organizzazioni strutturate che abbiano operato concretamente per il disarmo e la fraternità tra i popoli. Per quanto l’intento della vostra campagna sia un forte gesto simbolico, attribuire un premio di tale natura a una categoria astratta di vittime risulta statutariamente impossibile, oltre che rischioso: il rischio è quello di trasformare una tragedia immane in uno slogan mediatico che non porta un solo grammo di aiuto concreto sul campo. Inoltre, nel marasma attuale dei social network,
si illudono le persone con azioni prive di qualsiasi concretezza e offrendo patenti morali da tastiera.

Bisogna avere il coraggio della verità, anche quando è sgradita al mainstream: denunciare che Hamas usa scientemente i civili e i bambini come scudi umani — come ammesso senza vergogna dai suoi stessi leader in numerose interviste — significa riconoscere la realtà.
Così come è doveroso condannare con forza i coloni in Cisgiordania e le politiche estremiste e razziste del governo Netanyahu, che non ha alcuna intenzione di riconoscere lo Stato di Palestina.

I fanciulli non hanno bisogno di premi d’Onore o di patenti morali che selezionino quale dolore meriti più visibilità. Hanno bisogno di diplomazia, di corridoi umanitari, della fine dei terrorismi e delle dittature.

Se vogliamo influire sulle decisioni della Fondazione per il Nobel , facciamolo chiedendo giustizia e protezione per tutti i bambini del mondo vittime dei conflitti, senza eccezione alcuna.

Lettera da Europa Radicale, firmata dal Presidente Igor Boni e dalla Tesoriera Federica Valcauda