Oggi una delegazione di Europa Radicale ha visitato Baku, capitale dell’Azerbaijan, avvolta da un freddo pungente. Nonostante le profonde e diverse crisi che attraversano oggi Azerbaijan, Armenia e Georgia, riteniamo che un futuro europeo per i Paesi del Caucaso sia possibile. Ed è per questo che i radicali lavorano da decenni, con coerenza e continuità.
“Il legame tra il movimento radicale e l’Azerbaijan affonda le sue radici nei primi anni Novanta. Nel 1990 venne costituita a Baku la prima associazione radicale locale, nei primi anni di vita del Partito Radicale Transnazionale. Nel 1992 la capitale azera ospitò una riunione degli iscritti radicali, con circa sessanta partecipanti, per preparare la partecipazione alla riunione plenaria dei radicali delle Repubbliche dell’ex URSS, tenutasi a Mosca alla presenza del segretario Sergio Stanzani” commenta Silvja Manzi di Europa Radicale.
“In quello stesso periodo si svolsero a Baku manifestazioni radicali contro la pena di morte e, nel 1998, l’Azerbaijan sostenne l’iniziativa radicale alle Nazioni Unite per una moratoria universale delle esecuzioni capitali. Nel 1992, inoltre, al congresso del Partito Radicale Transnazionale a Roma, esponenti politici armeni e azeri si incontrarono e dialogarono, aprendo uno spazio di confronto e di pace nello storico conflitto tra Armenia e Azerbaijan.
Nel 1993 i radicali azeri proposero l’organizzazione di una conferenza transnazionale sulla democrazia proprio a Baku. Negli anni successivi, la campagna per l’istituzione del Tribunale Penale Internazionale è stata al centro di numerose iniziative radicali nella regione” conclude Manzi.
Oggi, come allora, crediamo sia necessario riprendere quei fili, intrecciare storie e costruire nuove lotte nonviolente. Il Caucaso non è una periferia della storia: è uno spazio europeo possibile, che va difeso e costruito attraverso il diritto, il dialogo e la nonviolenza.
