Sono più che mai essenziali, nella stagione di guerra che stiamo vivendo, gli orientamenti dell’opinione pubblica nei paesi democratici dell’occidente. Il loro ruolo può essere essenziale nell’influenzare gli sviluppi dei conflitti. Questa vuole essere una “offensiva di pace” rivolta innanzi tutto alla ragione e alla coscienza di noi occidentali perché da questa parte del mondo possano crescere proposte di libertà, diritto e rispetto dei diritti in Medio Oriente.

La tregua nel conflitto tra Israele ed Hamas non è stata certo la fine della guerra e sarebbe un errore madornale crederlo.

È necessario porre alcune premesse per chiarire il punto di vista dal quale, come Europa Radicale, muoviamo la nostra riflessione. Finora, rispetto alla guerra, la richiesta delle diplomazie è stata appunto quella di tregua, o tregue. Con tutta evidenza, oggi la tregua è solo una pausa nella guerra, in attesa di una sua ripresa. Questo in ragione delle condizioni di base e di fondo del conflitto: Hamas ha sempre dichiarato, come propria ragione primaria d’essere, l’obiettivo di distruggere lo stato di Israele. Lo stesso obiettivo ha sempre proclamato come essenziale il regime iraniano. Finché questo stato di cose rimane, permangono inevitabili le premesse della guerra, al di là di provvisorie tregue. Per fermare il conflitto presente e futuro occorre incidere sui motivi sostanziali che lo causano: fin quando i fondamentalisti avranno come obiettivo l’annientamento di Israele, la risposta non potrà che essere la guerra. Vogliamo giocare,  come diceva Marco Pannella, il possibile contro il probabile, cercando di produrre un dibattito e una crescita di consapevolezza in questa parte del mondo per dare forza a chi in Medio Oriente comprende che l’unica via è marginalizzare chi, accecato dalla ideologia fondamentalista, vuole la morte, la distruzione dell’altro.

Un tremendo salto di qualità in questo senso si è avuto con il 7 ottobre. Che non è stato, come spesso si sente dire, un atto efferato di terrorismo: ben di più, è stata la dimostrazione, l’esempio, di quel che Hamas intende con la formula “distruzione dello stato di Israele”. Non l’abolizione di quello stato per, eventualmente, sostituirlo con uno stato palestinese multietnico, in cui anche la popolazione ebraica possa avere un suo posto: no, significa lo sterminio di tutti gli israeliani. Hamas ha sempre ribadito per i fedeli mussulmani l’obbligo di uccidere ovunque tutti gli ebrei, fino all’ultimo. Il 7 ottobre ha mostrato a Israele e al mondo che non intende lasciare questi obiettivi come proclamazioni di principio o temi di propaganda, ma che nella misura delle sue capacità militari vuole dar loro attuazione. Come leggere altrimenti la strage, il vilipendio dei corpi e il rapimento di centinaia di Israeliani tenuti in ostaggio per mesi e anni?

Di fronte a questa constatazione il governo israeliano non poteva ammettere che rimanesse in piedi nella striscia di Gaza, e via via si potenziasse, una struttura militare con questi obiettivi. Lo stretto e prioritario dovere del governo israeliano (non il governo Netanyahu: lo stesso varrebbe per qualunque altro governo) è quello di assicurare la sopravvivenza di Israele e dei suoi cittadini.  Di qui l’obbligo di intervenire militarmente nella striscia. Obbligo tragico, tremendo, e carico di una interna, insuperabile contraddizione: date le caratteristiche di quella zona e le forme in cui, deliberatamente, Hamas aveva strutturato il proprio apparato militare, farlo ha comportato un massacro anche di innocenti che ripugna alla coscienza civile. Ciò che, in aggiunta al dramma umano e morale, costituiva un pericolo forse anche fatale proprio per Israele, perché non poteva non comportare la rivolta contro lo stato ebraico nelle opinioni pubbliche occidentali, con il rischio concreto per esso di perdere, alla lunga, anche il sostegno degli USA. Sostegno che è condizione essenziale perché Israele possa reggere. Ed è forse con questa consapevolezza, e mirando a provocare questa catena di conseguenze, che Hamas ha progettato e condotto l’azione del 7 ottobre. (Nel qual caso, più che mai, la responsabilità prima delle stragi a Gaza spetta ad Hamas).

A conferma della validità di un’analisi di questo tipo sta una constatazione. Pur nell’ondata di sdegno e deplorazioni che nel mondo si è sollevata contro l’operato dello stato di Israele, si sono sentite richieste di ogni genere e tono ad esso rivolte perché sospendesse le proprie azioni belliche e concedesse almeno una tregua; ma non si sono sentiti suggerimenti a Israele su come altrimenti avrebbe dovuto o dovrebbe agire per tutelare la propria sopravvivenza. O, per dirla altrimenti, come impedire ad Hamas, e dietro ad Hamas all’Iran in via di riarmo atomico, di continuare a preparare nuovi e sempre più efficaci attacchi come quelli del 7 ottobre. Una tale mancanza di proposte alternative appare purtroppo, e drammaticamente, la dimostrazione che la scelta operata non poteva non apparire a Israele  una strada obbligata.

Qui, in un tale contesto, occorre porsi il problema di quale ruolo abbiano assunto o possano assumere gli orientamenti dell’opinione pubblica in Italia e in occidente.  Il punto è che i movimenti contro la guerra e pro-Palestina dilagati in occidente, in tanta parte con la parola d’ordine “Palestina libera del fiume al mare” – dunque per eliminare Israele – finiscono per esprimere l’esatto opposto di una posizione pacifista, di una richiesta o proposta di pace. Propongono e sostengono, in definitiva, la prospettiva che comporta la necessità per Israele di difendersi con gli strumenti che ha a disposizione; dunque, in questa fase, con la guerra. Scendono in piazza, occupano le università, insomma, di fatto chiedendo guerra.

Quello che di contro occorre, e che vorremmo contribuire a suscitare, è una campagna perché dall’Italia e dall’Europa parta un’iniziativa a favore di un vero e sostanziale processo di pace; ben oltre le tregue che lasciano intatte le prospettive di guerra. Dati i termini di fondo e i caratteri del conflitto in corso, la premessa indispensabile all’avvio di un processo di pace è che l’una e l’altra parte rinuncino all’obiettivo di distruggere l’avversario; che scelgano, decidano di scegliere che anche gli altri devono poter vivere ed esistere. La scelta di perseguire la strada di accordi che consentano un pacifico coesistere. Questo a prescindere dalle diverse letture sul passato, circa i processi che hanno portato al sorgere di uno stato ebraico o al prevalere di popolazioni arabo-islamiche nelle terre che in antico erano state anche, se non altro, del popolo ebraico; giacché quello che conta ora è costruire un futuro, necessariamente a partire dal presente. E il presente è quello dell’esistenza dei due popoli.

Occorre insomma contrapporre a quei movimenti e a quelle manifestazioni pro-Pal, oggi non pacifiste ma in ultima analisi belliciste, guerrafondaie, l’idea, la richiesta che si apra un percorso di pace. La nostra, le nostre opinioni pubbliche devono chiedere a entrambi i contendenti di convergere nel dichiarare solennemente la propria volontà di arrivare a un reciproco riconoscimento che garantisca la convivenza: premessa necessaria all’avvio di trattative di pace. Come fu in passato fra Israele ed Egitto o Giordania. Una richiesta dunque da rivolgere in primo luogo ad Hamas, che la distruzione di Israele e degli ebrei ha posto come proprio fine primario, e con Hamas all’Iran. Ma insieme, naturalmente, ad Israele, che deve accettare il principio dell’esistenza di uno stato palestinese ove si abbia la garanzia che non si tratti di una struttura volta a distruggere Israele.

E però, basta enunciare proposte come queste per rendersi conto delle straordinarie, forse insuperabili difficoltà che loro si oppongono. Appare infatti irrealistico immaginare che Hamas e il regime teocratico iraniano possano accedere a una tale prospettiva. Per entrambi la distruzione dello stato ebraico non è solo un fondamentale obiettivo politico, come è proprio di una forza politica (come, ad esempio, lo era conquistare un proprio stato per i nazionalisti arabo-palestinesi di Arafat). Ben di più, per loro è obbligo religioso, dettato da Dio nel Corano, essendo la Palestina non solo parte della Terra dell’Islam ma, ben di più, Terra santa per eccellenza. È una suprema verità religiosa che essa torni sotto una piena sovranità islamica. Dunque, tenendo conto dei caratteri della loro fede, del loro modo di essere islamici, della loro scala dei valori, costituisce un obiettivo cui a nessun costo e in nome di nessun altro vantaggio potrebbero rinunciare. È parte del loro essere e delle loro ragioni di vivere. La ragion politica, per coloro che appartengono a quelle realtà, è subordinata alla verità religiosa: è probabilmente illusorio immaginare che per loro la religione sia in definitiva, come lo è per tanti altri, in larga parte uno strumento per la politica. È semmai vero il contrario: la verità religiosa rivelata è per loro primaria ragione di vita. Quella per cui alla vita si può rinunciare.

Il nodo vero, insomma, è che i fondamentalisti di Hamas, e con loro quelli iraniani, sono impegnati non in un conflitto politico, ma in una guerra di religione: in gioco per loro non è l’interesse nazionale o il benessere dei palestinesi, ma la verità della parola di Dio. Questa considerazione porta a mettere a fuoco che fra Israele e Palestina i conflitti aperti sono due, e di ben diversa natura l’uno dell’altro: l’uno a carattere politico, che vede a confronto temi e interessi nazionali, l’altro è una guerra di religione. I conflitti politici sono suscettibili assai più facilmente, o meno difficilmente, di trovare un esito di compromesso sulla base del comune interesse a trovare una soluzione. Lo si vide con chiarezza nella fase degli accordi di Oslo e di Camp David, quando fra Israele e l’OLP di Arafat, organizzazione a carattere, appunto, politico nazionale, sembrava raggiunto un accordo, che però Arafat fece alla fine fallire temendo la reazione dei fondamentalisti.

Non si può peraltro non vedere che una componente di fondamentalismo religioso è presente anche in Israele, dove contano e pesano correnti che rivendicano per Israele la sovranità sull’intera Palestina perché terra promessa da Dio a Israele. Per loro valgono le stesse considerazioni svolte sopra a proposito delle correnti fondamentaliste islamiche. Anche, benché non solo, a loro si deve l’inaccettabile politica di espropri e colonizzazioni israeliana in Cisgiordania che tanto contribuisce a rendere difficile una soluzione accettabile: è evidente che l’apertura di un percorso di pace comporta la radicale rinuncia di Israele a questa politica. Differenza essenziale fra le due realtà è che i fondamentalisti ebrei sono una componente minoritaria della realtà democratica israeliana, ed è benissimo immaginabile una soluzione politica in Israele che le veda escluse da maggioranza e governo.  Ed è quello che, da parte nostra, auspichiamo che esca dalle elezioni in Israele. Mentre dalla parte opposta, in questa fase attori e protagonisti della guerra sono non una parte “politica” arabo-palestinese ma i fondamentalisti che conducono la “loro” guerra di religione.

Improbabile, dunque, forse “impossibile” la strada che qui abbiamo definito del “percorso di pace”? Eppure, resta l’unica – per quel che si riesce a immaginare – suscettibile di aprire una prospettiva positiva. L’ “impossibilità” va superata. Per quanto ci riguarda, in Italia, in Europa, in occidente è possibile, e dunque doveroso, contrapporre l’idea del percorso di pace a quella del falso pacifismo in realtà bellicista dei pro-Pal, che si limita a mettere in stato di accusa Israele, come se fosse esso l’aggressore, come se fosse esso, o solo esso, a volere e a causare la guerra. Falso pacifismo in tanta parte, coniugato, commisto agli umori “antioccidentali” che, per molteplici cause e ragioni, pervadono le nostre opinioni pubbliche, contestando la civiltà democratico-liberale di cui anche Israele è un’espressione, come è evidente.  Sarebbe di essenziale importanza riuscire a contrapporre con efficacia a questo modo di vedere la consapevolezza dei termini del problema quali abbiamo qui cercato di accennare. Anche perché un orientamento dei sentimenti e delle opinioni in occidente altro da quello oggi prevalente potrebbe dare un contributo essenziale anche a far maturare condizioni diverse da quelle presenti oggi in Medio Oriente.

L’obiettivo cui guardare è far maturare in Palestina, in Israele, nel mondo arabo e islamico, magari a partire da un’iniziativa che nasca dalle democrazie occidentali, un convergere, un’alleanza transnazionale di forze  impegnate a isolare e in prospettiva a sconfiggere politicamente le forze e le componenti che ragionano in termini di guerra di religione, per far emergere e prevalere criteri laici, logiche laiche che concepiscano la politica in termini di politica, e dunque suscettibili di trovare  compromessi e componimenti pacifici fra interessi diversi.  Insomma, un’alleanza transnazionale a favore di una “offensiva di pace”, come quella qui auspicata, tale da aprire in Medio Oriente una via all’affermazione del diritto e dei diritti delle persone.  Perché l’obiettivo di fondo cui guardare è quello di equilibri, e regole, e istituzioni nazionali e sovrannazionali che assicurino a ogni persona i diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, a partire  dal diritto alla vita, fondamento di ogni diritto.