Le dichiarazioni del Primo ministro georgiano Irakli Kobakhidze, secondo cui l’opposizione sarebbe diventata “russofoba” soltanto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, rappresentano un ulteriore tentativo di sostituire il confronto democratico con una narrazione che delegittima ogni forma di dissenso.

Per Europa Radicale, sostenere che la critica nei confronti della Russia sia nata solo nel 2022 significa ignorare deliberatamente quasi due decenni di storia nazionale. L’occupazione russa dell’Abkhazia e della regione di Tskhinvali/Sud Ossezia resta una ferita aperta dal 2008. Migliaia di famiglie continuano a subirne le conseguenze, mentre la “borderization” prosegue ancora oggi attraverso arresti arbitrari, recinzioni e violazioni della linea di occupazione.

«La solidarietà verso l’Ucraina non cancella quella storia: la rafforza», dichiara Silvja Manzi, esponente di Europa Radicale che ha partecipato alla missione politica a Tbilisi nell’ottobre 2024. «Per molti georgiani, l’aggressione russa contro Kyiv ha confermato che quanto accaduto nel 2008 non fu un episodio isolato, ma parte di una più ampia strategia revisionista del Cremlino.»

Europa Radicale respinge inoltre la narrazione secondo cui opposizione, organizzazioni civiche e media indipendenti agirebbero per conto di fantomatiche forze esterne o del cosiddetto “Deep State”. Si tratta di una retorica sempre più ricorrente nei regimi illiberali, utilizzata per screditare il dissenso invece di confrontarsi nel merito delle critiche.

La vera questione oggi non è stabilire chi sia stato più duro nei confronti della Russia in passato, bensì se la Georgia possa continuare a definirsi una democrazia europea mentre aumentano le restrizioni nei confronti dell’opposizione, della società civile, dei media indipendenti e della libertà di manifestazione. Restrizioni che ricalcano in modo sempre più evidente l’impianto delle leggi liberticide adottate nella Russia di Vladimir Putin. Non è una coincidenza: il governo di Sogno Georgiano sta progressivamente facendo proprio quel modello, applicandolo con rigore e metodo attraverso norme che comprimono lo spazio civico, limitano il pluralismo e trasformano il dissenso in un problema di ordine pubblico anziché in un elemento fisiologico della democrazia.

«L’orientamento europeo della Georgia non nasce nel 2022 né è il prodotto di influenze straniere», afferma Chiara Squarcione anche lei presente a Tbilisi nella missione del 2024. «È una scelta sancita dalla Costituzione georgiana e sostenuta da anni da una larga maggioranza della popolazione. Difendere quel percorso significa difendere la sovranità nazionale, non indebolirla.»

Per Europa Radicale, trasformare il dissenso in un presunto tradimento nazionale non rafforza lo Stato: lo indebolisce. La forza della Georgia è sempre stata il pluralismo della sua società, non l’uniformità del dibattito pubblico. Chi governa dovrebbe difendere questo patrimonio, anziché presentare come nemici tutti coloro che chiedono più democrazia, maggiore trasparenza e il pieno rispetto degli impegni europei del Paese. «L’unità nazionale non si costruisce attraverso accuse di “agenti stranieri”, ma garantendo istituzioni credibili, elezioni competitive, una magistratura indipendente e uno spazio civico libero. È questa la migliore risposta tanto alle pressioni esterne quanto alle sfide che la Georgia affronta da quasi vent’anni. Difendere lo Stato di diritto oggi significa anche impedire che la progressiva “putinizzazione” delle istituzioni georgiane comprometta definitivamente il futuro europeo del Paese», concludono Silvja Manzi e Chiara Squarcione.