Europa Radicale esprime sconcerto e indignazione per l’incontro avvenuto a Bruxelles tra rappresentanti della Commissione europea, di alcuni Stati membri e una delegazione del regime talebano, convocato per discutere di rimpatri e riammissioni di cittadini afghani.
Dichiarazione di Beatrice Pizzini e Igor Boni:
“L’Afghanistan dei talebani non è un Paese sicuro per i rimpatri, nessuna normalizzazione di fatto del regime talebano può passare attraverso la gestione delle migrazioni. Il fatto che l’incontro venga definito “tecnico” non lo rende meno grave. Quando l’Europa apre un canale con un regime non riconosciuto, responsabile della cancellazione sistematica dei diritti delle donne, per organizzare il ritorno forzato di persone afghane, non compie un atto amministrativo: compie una scelta politica.
Una scelta che ferisce l’idea stessa di Europa come spazio di diritto, protezione e libertà.
Nessuna esigenza di ordine pubblico può giustificare il rimpatrio verso un Paese in cui le persone rischiano persecuzione, torture, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie o ritorsioni, morte.
L’Unione europea non può denunciare l’apartheid di genere imposto dai talebani e, nello stesso tempo, considerarli interlocutori utili quando si tratta di liberarsi di persone considerate “indesiderabili”. Non può chiedere alle donne afghane di resistere e poi negoziare con chi le perseguita. Non può trasformare la politica migratoria in una zona franca dove i diritti fondamentali diventano negoziabili.
Chiediamo alla Commissione europea, al Governo italiano e agli europarlamentari italiani di assumere una posizione pubblica e chiara:
1. rendere noti i contenuti, i partecipanti e gli obiettivi dell’incontro;
2. sospendere ogni cooperazione con le autorità talebane finalizzata a rimpatri.
3. garantire il rispetto pieno del principio di non-refoulement;
4. consultare formalmente le organizzazioni della diaspora afghana, le associazioni per i diritti umani e le realtà guidate da donne afghane;
5. aprire canali sicuri di protezione, reinsediamento, ricongiungimento familiare e visti umanitari per le persone afghane a rischio.
L’Europa non si misura da quanti confini riesce a chiudere, ma da quali persone sceglie di proteggere quando la protezione costa consenso.
La sicurezza non può diventare il nome elegante della rinuncia al diritto.
