Olivier Dupuis, una vita nel e per il Transnazionale

di Lorenzo Strik Lievers

Quelli di noi che sono stati con Olivier, accanto a Olivier nelle battaglie radicali, in questi giorni sono stati e sono con lui, accanto a lui nel pensiero, nel sentimento, nel ricordo, nel rimpianto. Molti ne hanno scritto, esprimendo una commozione profonda, comune e corale, e che è anche, e quanto, la mia. Io forse non so, non cercherò di esprimerla, dicendo probabilmente molto peggio quello che altri hanno già meglio detto.
Mi limiterò a un ragionamento in qualche modo “storico” sulla figura di Olivier. Vorrei soffermarmi su qualche elemento di un aspetto, che nell’insieme ha già illustrato con commossa efficacia Carmelo Palma. Come pochi, Olivier ha voluto e saputo incarnare la scelta e il tentativo di dar vita, per la prima e finora unica volta, con il partito radicale, a una forza politica transnazionale della democrazia liberale e del diritto. Una scelta che aveva prefigurato, all’inizio degli anni ottanta diventando, lui belga, militante di un partito che operava in Italia e dall’Italia, conducendo in Belgio – da subito con lo strumento nonviolento dello sciopero della fame – la battaglia già transnazionale contro lo sterminio per fame. Ma soprattutto, poi, inventando e praticando una forma nuova e originale di rifiuto del servizio militare, che lui chiamò non obiezione ma affermazione di coscienza: per affermare non la negazione in assoluto del servizio militare, ma quella di un servizio nell’esercito di un inutile, o anzi negativo, stato nazionale, contrapponendo la necessità di un esercito europeo che indicasse la via di un superamento delle sovranità nazionali.
Olivier è stato, così, uno dei più attivi ed efficaci fra noi, alla fine degli anni Ottanta, nel determinare la trasformazione del PR in partito transnazionale promossa da Pannella; scelta che diversi degli esponenti storici del partito vissero con perplessità o disagio, in qualche caso rifiutandola, in altri non sentendola come una propria priorità. Olivier fu in prima fila nel gruppo, soprattutto di giovani, che invece fecero di quella scelta la propria priorità di vita, in molti andando a stabilirsi fuori d’Italia per promuovere la nuova realtà transnazionale. Fu, si può dire, da subito il leader di quel gruppo, impegnato in primo luogo a fare un tutt’uno della battaglia per creare il partito transnazionale e di quella per far crescere nel mondo ancora per poco comunista domanda di democrazia e domanda di Europa. Non si è forse abbastanza sottolineato, ed è importante notarlo, quale fu poi il ruolo politico di Olivier Dupuis dopo che, con il congresso di Budapest del 1989, si era formato il “nuovo” PR transnazionale. Il quale ora esisteva effettivamente, aveva iscritti fuori d’Italia, fra i quali anche numerosi e autorevoli parlamentari e personalità politiche dell’Europa ex-comunista, o dei Paesi asiatici ancora sottoposti alle dittature comuniste. Ma non riusciva a diventare quello che si era progettato e sperato, cioè un’organizzazione capace di promuovere e condurre in tanti paesi battaglie coordinate su obiettivi comuni di democrazia e diritto. Ancora una volta Olivier seppe essere in prima fila nel dare un ruolo, seppure diverso, al partito: quello di un’organizzazione capace, grazie al rigore nei metodi nonviolenti, di dare voce, visibilità, quindi forza politica sulla scena internazionale a molte delle minoranze oppresse in molte parti del mondo, a condurre con continuità e dura intransigenza nonviolenta campagne politiche come quelle a difesa del Tibet schiacciato dal totalitarismo cinese o la Cecenia massacrata dal risorto autoritarismo russo, o quelle contro le guerre d’aggressione serbe o quelle per conquistare strumenti sovrannazionali a tutela dei diritti delle persone.
Fu in questo contesto che Olivier divenne prima presidente del consiglio generale e poi, per quasi un decennio, segretario del partito transnazionale. Anche sulla vicenda del suo contrasto con Pannella che lo portò, nel 2003, a dimettersi da segretario e poi ad abbandonare ogni carica politica, è forse utile ragionare, per comprendere le ragioni della crisi e in sostanza del fallimento dell’esperienza del transnazionale. Apparentemente si trattò di un conflitto sulla gestione della politica radicale, in cui il segretario si sentiva espropriato delle sue responsabilità dal ruolo esclusivo che il leader esercitava. Ma si può forse ipotizzare – in questo ciò che ora dirò nasce solo da una mia personale riflessione – che al fondo ci fosse la presa d’atto di un limite essenziale del PR transnazionale, che strutturalmente ne impediva la crescita. Per la storia e i caratteri sia del partito che di Pannella, dalla sua rifondazione agli inizi degli anni sessanta il PR è vissuto come un partito carismatico intorno al ruolo decisivo del suo leader, pur – sia chiaro – con un ruolo essenziale di un gruppo dirigente di alto o altissimo livello, di cui Dupuis è stato parte importante. Ma questo carattere, che era stato funzionale all’agire politico di un partito italiano, non era tale da favorire o consentire il convenire nel partito di forti e autorevoli personalità di altri paesi: quello che sarebbe stato indispensabile perché davvero nascesse un partito transnazionale come quello che era stato progettato e auspicato. Tanto che, in effetti, nonostante la presenza per tanti anni nel parlamento europeo di Pannella e di numerosi fra i massimi esponenti radicali, nessuna delle tante autorevoli personalità politiche non italiane che ne facevano parte accettò mai di condividere l’impresa del transnazionale. La domanda che mi pongo allora diventa: si può considerare la scelta di Olivier di abbandonare il suo ruolo e il partito cui tanto aveva dato, in cui anzi aveva giocato tutta la sua vita, come una presa d’atto che questo era il limite di fondo di quel grandioso tentativo? E che anche di qui potrebbe partire un tentativo di ripensarlo, e magari di rinnovarlo in termini altri e nuovi?

Foto in home page di © Lorenzo Ceva Valla